15 AGOSTO 2025
15 AGOSTO 2025
Mi sono trovato in un'avventura in barca a vela che ha messo alla prova non solo le mie capacità nautiche, ma anche la mia resistenza fisica e mentale. L'esperienza, durata una settimana, si è svolta con un'altra imbarcazione, in una missione che ci ha visto attraversare il mare Adriatico.
La Preparazione: Il Respiro dell'Equipaggio
La fase di preparazione è stata meticolosa, quasi un rito. L'aria del porto era carica di attesa, un misto di eccitazione e tensione. Abbiamo iniziato con il cuore pulsante della barca: il motore. Un controllo scrupoloso dei livelli dell'olio, del liquido di raffreddamento e della cinghia di trasmissione è stato fondamentale per assicurarne l'affidabilità. Le luci di navigazione, le lanterne di via e le luci di fonda sono state testate una per una, in un crescendo di intermittenti bagliori che si riflettevano sull'acqua scura del porto. Ogni dispositivo di sicurezza, dai razzi di segnalazione ai giubbotti di salvataggio, è stato controllato e posizionato in punti accessibili, pronto per l'uso immediato. Le attrezzature di bordo, dagli strumenti di navigazione al salpa-ancora, sono state passate in rassegna. Il GPS, il VHF sono stati verificati e calibrati, pronti a guidarci attraverso l'oscurità.
La Notte in Mare: Una Danza di Ombre e Silenzio
Il mare, per la maggior parte del tempo, è stato nostro complice. Calmo, quasi vellutato, ci cullava mentre scivolavamo via dalla costa. La navigazione in notturna è stata un'esperienza surreale, un balletto ininterrotto tra il motore, che rompeva il silenzio con un basso e costante ronzio, e la vela, che catturava i capricciosi sussulti del vento. Le vele, ora gonfie e maestose, ora flosce e abbandonate, richiedevano un'attenzione costante. Il vento, imprevedibile, cambiava spesso direzione e intensità, costringendoci a continue manovre per mantenere la rotta. Il silenzio era rotto solo dal fruscio dell'acqua contro lo scafo, il tintinnio delle drizze contro l'albero e il respiro del vento. L'alternanza tra il rassicurante rumore del motore e il silenzioso incedere a vela creava un ritmo ipnotico, una cadenza che scandiva il tempo nel vasto e nero oceano.
L'Ancoraggio e la Minaccia Silenziosa
Le notti trascorse in rada sono state un banco di prova per i nervi. L'ancoraggio, che a terra sembra un'azione semplice, in mare si rivela un atto di fede. Il pericolo non era la tempesta, ma la lenta e inesorabile salita del mare, un fenomeno quasi impercettibile che poteva compromettere la tenuta dell'ancora. Il nostro compito era rimanere svegli, con un occhio vigile sul GPS e sull'ancora virtuale, un'allerta costante che ci teneva legati a un piccolo punto sul display, pronti a intervenire al minimo segnale di deriva. L'ansia di una notte in rada è un'inquietudine silenziosa, una sentinella che non dorme mai. Ogni tanto, un improvviso aumento del moto ondoso o un'insolita oscillazione della barca ci faceva sobbalzare, scacciando il torpore e richiamandoci alla realtà dei pericoli invisibili.
L'Imprevisto e il Buio Improvviso
La fatica ha iniziato a farsi sentire, e con essa, sono emersi gli imprevisti. La mancanza di ricarica degli strumenti di navigazione è stato un colpo a tradimento. Nonostante avessimo pianificato ogni dettaglio, il sistema di ricarica si è rivelato meno efficiente del previsto, portando gli strumenti più importanti, come il GPS e il plotter, a un esaurimento lento ma inesorabile. Ci siamo ritrovati a fare affidamento sulle mappe cartacee e sulla nostra esperienza, tornando a un tipo di navigazione più istintivo e primitivo. La sensazione di cecità improvvisa è stata un promemoria brutale della nostra vulnerabilità e della dipendenza dalla tecnologia. Ci siamo dovuti arrangiare, razionando l'uso degli strumenti e sfruttando al massimo ogni raggio di luce ricaricare le batterie.
La Fatica e l'Allerta Costante
Le notti non finivano mai. Rimanere all'erta per 20 ore consecutive, con le palpebre pesanti, è stato un vero e proprio supplizio. L'obiettivo era uno: evitare l'incrocio con altre imbarcazioni. Nel buio pesto, l'unica cosa che si vedeva erano le luci intermittenti delle altre navi, a volte così lontane da sembrare stelle cadenti, altre volte così vicine da farti accelerare il battito cardiaco. Il coordinamento continuo con la seconda barca impegnata nella missione era la nostra ancora di salvezza. Le chiamate radio, brevi e concise, erano l'unico contatto con il mondo esterno, un filo invisibile che ci teneva uniti. I messaggi erano sempre gli stessi: "Posizione?", "Stato?", "Tutto bene?". Parole semplici che racchiudevano un mondo di stanchezza e preoccupazione.
La Registrazione e il Diario di Bordo
Nonostante la stanchezza e gli imprevisti, non abbiamo mai smesso di registrare i dati di bordo. Ogni ora, meticolosamente, segnavamo la nostra posizione, la direzione del vento, la velocità e lo stato del mare. Il diario di bordo è diventato il nostro testimone silenzioso, un archivio di fatiche e successi. Queste annotazioni, spesso fatte in un momento di estrema spossatezza, sono state cruciali per l'analisi post-missione. Ci hanno permesso di comprendere le dinamiche del vento e delle correnti, di valutare l'efficienza delle nostre manovre e di calcolare con precisione i consumi. Ogni pagina del diario è stata un passo verso la comprensione, un pezzo del puzzle che si componeva, raccontando la nostra storia in mare.
L'esperienza si è conclusa con il ritorno in porto, esausti ma arricchiti. La missione è stata un successo, ma la vera conquista è stata la consapevolezza dei nostri limiti e delle nostre capacità. Quell'avventura non è stata solo una navigazione, ma un viaggio interiore, un'immersione nel silenzio, nella fatica e nella fiducia reciproca, con la consapevolezza che, in mezzo al mare, la barca non è solo un mezzo di trasporto, ma un'estensione di te stesso.